Da alcune settimane è stato completato un bellissimo tratto di pista ciclo-pedonale nei pressi del mai completato palazzetto dello sport, in via Procaccia a Monopoli.

La pista parte come diramazione dal percorso ciclopedonale che costeggia la via Procaccia e arriva, dopo un percorso di circa 250 metri, davanti all’ingresso della piscina comunale, girando intorno e consentendo di ammirare in tutto il suo splendore il rudere del palazzetto che recentemente è stato iscritto nell’anagrafe regionale delle opere incompiute

La pista è bellissima e pare proprio realizzata a regola d’arte: la pavimentazione, di un bel rosso acceso, è di ottima qualità; la segnaletica orizzontale è dipinta con una vernice speciale, a rilievo e riflettente. Non mancano, ovviamente, l’illuminazione con lampioni a led lungo un lato, e una fila di panchine, cespuglietti e alberelli, appena piantati in terreno fresco, lungo tutto l’altro lato.Tuttavia, sorgono alcuni interrogativi:

  • Qualora venissero ripresi i lavori per il completamento del palazzetto, o si procedesse alla demolizione e all’eventuale successiva ricostruzione dello stesso, non si correrebbe il rischio di doverla chiudere o smantellare?
  • Come si vede dalle foto che seguono, la pista presenta delle “transenne” che restringono il passaggio alle estremità del percorso. Mentre può essere comprensibile e condivisibile sbarrare l’ingresso dal lato della piscina comunale (per impedire ad incauti automobilisti di utilizzarla come divertimento domenicale), non è invece affatto chiara l’utilità dello sbarramento dal lato in cui la pista si innesta sul percorso ciclopedonale di via Procaccia: tale restringimento può risultare, al contrario, pericoloso e andrebbe rimosso.
  • Quanto è costata e con quali fondi è stata finanziata l’opera?
  • E infine, soprattutto: a che serve? Cosa collega a cosa? L’ingresso della piscina e della palestra sono già tranquillamente raggiungibili a piedi e in bicicletta dalla strada “carrabile”.

Ed ecco la ciliegina sulla torta: l’opera è stata corredata anche di una nuovissima rastrelliera all’estremità in corrispondenza della piscina.

Questo tipo di rastrelliera, che assomiglia in realtà più ad uno scolapiatti che ad un cicloposteggio, non è molto amato da chi usa la bicicletta, per almeno tre motivi:

  • la bici viene “parcheggiata” incastrando la ruota anteriore nelle feritoie e si corre facilmente il rischio di danneggiarne raggi e cerchione;
  • l’appoggio non è stabile ed è facile che la bicicletta cada di lato, distruggendo la ruota e danneggiando la bicicletta;
  • consente di assicurare alla rastrelliera stessa (con una catena o un lucchetto) solo la ruota anteriore e non il telaio della bici, rendendo l’ancoraggio poco sicuro: per un ladro è molto facile portare via la bicicletta, lasciando la ruota agganciata alla rastrelliera.

Ma c’è un altro motivo per cui il modello installato non verrà utilizzato dai ciclisti: le fessure che dovrebbero ospitare le ruote delle bici sono troppo strette e le ruote, semplicemente, non entrano. Il risultato è che la rastrelliera risulta completamente inservibile.

Chi l’ha scelta o progettata, realizzata e installata non solo non si è preoccupato di fare una ricerca per capire quali modelli potessero essere preferibili, ma non si è neanche evidentemente chiesto quanto fosse larga la ruota di una bicicletta prima di dimensionare lo scolapiatti.

L’impressione è che tali opere vengano realizzate semplicemente perché si riesce ad intercettare dei finanziamenti regionali, nazionali o comunitari e non perché si voglia realmente implementare una rete di servizi utili ai cittadini. Il risultato non può che consistere in una serie di interventi sparsi sul territorio, spesso inutili, e non connessi all’interno di un piano organico per la mobilità sostenibile. Tipicamente, inoltre, dopo la realizzazione non viene pianificata alcuna manutenzione e le opere sono inesorabilmente destinate ad ammalorarsi nell’arco di pochi mesi.

Al fine di ottimizzare le (scarse) risorse disponibili e ridurre il rischio di sprecarle in opere inservibili o di scarsa utilità per la collettività, sarebbe invece indispensabile che le Amministrazioni Comunali si dotassero di un piano per la mobilità ciclistica, così come, tra l’altro, obbligatoriamente previsto dalla recente Legge Regionale N.1/2013.

Ci sono poi diverse associazioni che da anni si occupano di promozione della mobilità ciclistica sul territorio. Alle amministrazioni locali potrebbe convenire sfruttare l’esperienza che queste associazioni hanno maturato sul campo, coinvolgendole nelle fasi preliminari di pianificazione e progettazione delle infrastrutture e dei servizi connessi alla mobilità su due ruote.

Se poi, per un qualsiasi motivo non volessero o non potessero rivolgersi alle associazioni, potrebbero almeno semplicemente chiedere consiglio a qualche conoscente che la bici, ogni tanto, la usa.


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